Abundance vizi di sinistra e destra
LAVORO

Abundance, vizi di sinistra e destra

MARCO LEONARDI

Abundance di Ezra Klein e Derek Thompson, è probabilmente il miglior libro scritto negli ultimi anni sui veri limiti politici della sinistra e della destra davanti alle grandi transizioni del nostro tempo: quella verde, quella digitale, quella industriale. Non è un libro ideologico. È un atto d’accusa trasversale.

Alla sinistra dice: vi siete trasformati nel partito dei vincoli, dei ricorsi, delle procedure, dei no che bloccano tutto, perfino ciò che servirebbe per la transizione ecologica e per avere abitazioni a prezzi ragionevoli. Alla destra dice: predicate crescita, ma negate al tempo stesso il ruolo dello Stato, senza il quale nessuna grande trasformazione produttiva è possibile. Il risultato è paralisi. Tutti parlano di futuro, nessuno riesce più a costruirlo. È così che in America è arrivato Trump.

In Italia questa diagnosi trova oggi due applicazioni pratiche perfette: l’Ilva e il ponte sullo Stretto. Su entrambi i dossier la sinistra flirta da anni con il blocco: con la chiusura dell’acciaieria in nome dell’ambiente, con lo stop al ponte in nome del territorio. Ma su entrambi i dossier la destra, una volta arrivata al governo, ha combinato un disastro che non ha precedenti. E il combinato disposto tra veti ideologici e incompetenza esecutiva è diventato micidiale.

La proposta dello spezzatino di ILVA

Sull’Ilva siamo arrivati al punto di parlare apertamente di spezzatino: Taranto separata da Genova, impianti regalati per un euro a fondi internazionali che nulla hanno a che vedere con il mercato dell’acciaio. Oggi è un mercato globale dominato da pochi colossi, con una competizione durissima cinese e indiana. Il salvatore che doveva riportare ordine è il ministro Urso. Rischia di essere ricordato come quello che scriverà la parola fine su una delle ultime grandi industrie pesanti italiane. Non per eccesso di mercato, ma per incapacità di governare politicamente un conflitto che era ben noto a tutti.

Una parte della città e una parte della magistratura volevano semplicemente chiudere la fabbrica. L’esigenza industriale avrebbe richiesto scelte nette, investimenti, protezione strategica. E invece Urso ha mandato via l’investitore internazionale che c’era ed è caduto nelle mani di chi ILVA la vuole chiudere. Ma come poteva mai pensare che mandando via un investitore privato tra i più importanti al mondo, ne avrebbe trovato un altro? E infatti gli ultimi due governi erano stati ben attenti.

L’ipotesi della nazionalizzazione viene evocata ormai come ultima spiaggia. Paradossalmente ILVA dopo l’uscita di ArcelorMittal è già 100% dello Stato. L’esempio francese dimostra quanto il parallelo sia fuorviante. Lì ArcelorMittal è saldamente sotto controllo industriale. Lo Stato interviene con politiche pubbliche e sostegni, ma la nazionalizzazione non è nemmeno sul tavolo. Sarebbe impossibile e controproducente. In Italia, invece, la nazionalizzazione rischia di diventare l’anticamera della riduzione e poi della chiusura. Sarebbe l’ennesimo parcheggio pubblico verso l’uscita definitiva dalla siderurgia. L’unica speranza -come dicono Firpo e l’ex commissario Lupo su questo giornale- sono i forni elettrici, sapendo che con quella tecnologia a regime l’occupazione deve ridursi del 40%. I principali concorrenti sono altre aziende private italiane.

ll ponte sullo stretto di Messina

Sul ponte di Messina si ripete la stessa dinamica, in forma speculare. Qui i primi a essere furiosi con Salvini dovrebbero essere proprio quelli che il ponte lo vogliono davvero. Perché è evidente che il ministro ha sbagliato tutte le istruttorie: dalle coperture finanziarie ai passaggi amministrativi, fino alle contestazioni della Corte dei conti. Ora costringeranno a mesi, forse anni, di ritardi e correzioni. Lo ha fatto di estrema fretta solo per questioni elettorali, per intestarsi il ponte per le prossime elezioni. Il risultato è il solito teatro all’italiana: progetto annunciato, cantieri evocati, blocco giudiziario, nuova ripartenza, nuovo rischio di stop.

Il problema del ponte non è solo tecnico. È politico. È ridicolo un Paese che annuncia un’opera, la blocca, la rilancia, la blocca di nuovo. Sarebbe la seconda volta. Per infrastrutture di questa portata serve un consenso trasversale, stabile, che attraversi più governi. Esattamente ciò che nel libro Abundance si chiama politica della costruzione. In Italia, invece, il governo cerca di sfruttare il ponte come simbolo elettorale permanente. L’opposizione continua a flirtare con chi, di acciaierie e di ponti, vuole soltanto il blocco. 

Se si tratterà di rifare la gara, si riparta dalla commissione che valutava i nuovi progetti come fu richiesto dallo scorso governo Draghi. Si costruisca un minimo di consenso bipartisan, si faccia quel dibattito pubblico che Salvini ha eliminato nel nuovo Codice. Non può essere che a ogni cambio di governo, invece di costruire il ponte, si paghino solo miliardi di penali. Quelle stesse penali che potrebbero essere l’unica cosa che produrrà Ilva nei prossimi anni.


Pubblicato su Il Foglio il 11.12.25

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