Contratti collettivi e terreno perduto
EUROPA LAVORO

Contratti collettivi e terreno perduto

MARCO LEONARDI – LEONZIO RIZZO

Ogni tre anni, i rappresentanti dei sindacati e delle imprese dovrebbero sedersi a un tavolo per rinnovare i contratti collettivi nazionali, ciascuno nel suo settore, a seconda della data di scadenza del contratto. La regola, stabilita dopo la fine della scala mobile, prevede che gli aumenti salariali si basino sull’indice dei prezzi al netto dei costi energetici, pubblicato dall’Istat ogni primo giugno.

L’indice dei prezzi futuro, quello previsto per l’anno prossimo, non quello dell’anno passato, altrimenti si alimenta solo la rincorsa tra prezzi e salari. Un sistema equilibrato, che tutela il potere d’acquisto senza aumentare l’inflazione. Ma funziona solo se i rinnovi avvengono puntualmente.

Negli ultimi anni, con il ritorno improvviso dell’inflazione, il meccanismo si è inceppato. Nel 2022 e nel 2023, l’indice dei prezzi futuri su cui si deve basare la firma dei contratti superava il 4.5% e il 6.5% rispettivamente. Quasi nessun contratto è stato firmato. 

Risparmio per le imprese e perdita per i lavoratori

Sembra una scelta razionale: quale impresa vorrebbe firmare un contratto quando l’indice dei prezzi è alto? Ma rinviando i rinnovi proprio nei momenti di inflazione, il sistema salta. I lavoratori del commercio, del turismo e dei servizi hanno perso in quegli anni più del 10% del potere d’acquisto. Se i contratti fossero stati rinnovati per tempo, il recupero sarebbe stato più rapido e meno doloroso.

Sui venti contratti principali del settore privato, solo due — chimici e legno-arredamento — sono stati rinnovati nel 2022, nessuno nel 2023. Tutti gli altri sono arrivati molto più tardi, nel 2024 o nel 2025. L’inflazione prevista era ormai tornata sotto il 2%. Nove contratti su venti hanno fatto più di un anno di ritardo. Quattro contratti hanno fatto più di quattro anni di ritardo. Il risultato è stato un evidente risparmio per le imprese e una perdita secca per i lavoratori.

Il recupero dei salari in Europa

Sarà pur vero che, quando alla fine si rinnova il contratto tocca una una-tantum per gli arretrati, ma non basta lontanamente a recuperare il terreno perduto. Il risultato è che oggi i salari reali dei lavoratori italiani sono 8% più bassi del 2019 in termini reali. E soprattutto non c’è in vista nessun recupero rapido. La matematica ci dice che potrebbe avvenire solo se ci fossero zero ritardi e aumenti ben superiori all’indice dei prezzi. Alle regole di oggi, impossibile. Tra l’altro quell’indice, al netto dei costi energetici, già sottostima l’inflazione effettiva di questi anni. 

Una caduta dell’8% non si è vista in nessun altro grande paese europeo, hanno tutti recuperato i valori del 2019. I generosi aumenti nel pubblico impiego in Germania hanno compensato le perdite. Il salario minimo in Francia ha trascinato verso l’alto tutti i contratti. In Spagna, le clausole di salvaguardia che permettono di mantenerne gli effetti anche a contratto scaduto hanno impedito che i salari restassero fermi. È una caratteristica che da noi ha solo il contratto dei metalmeccanici. L’Italia è rimasta sola, con retribuzioni reali più basse e una ripresa lentissima. La conseguenza è una perdita di potere d’acquisto. Rischia di pesare a lungo non solo sui lavoratori, ma sui consumi e sull’intera economia.

Impedire ulteriori ritardi per il futuro

E ora? Per il futuro, la soluzione è semplice da dire ma difficile da attuare: impedire i ritardi. Oltre i dodici mesi di vacanza contrattuale, il contratto dovrebbe essere automaticamente aggiornato all’indice dei prezzi previsto per l’anno successivo — non a quello passato — per evitare che il meccanismo venga eluso. 

Il recupero del passato, invece, è tutta un’altra storia. Un calo dell’8% del potere d’acquisto non si colma facilmente. Servirebbero aumenti superiori all’inflazione, cosa che difficilmente accadrà. Servirebbe più contrattazione decentrata, ma questa non riguarda la grandissima parte delle piccole imprese dei servizi. Per questo tornerà la pressione per ridurre ulteriormente il cuneo fiscale, una misura già ampiamente utilizzata ma non risolutiva, anzi nel caso della detassazione degli aumenti contrattuali è deleteria; per introdurre un salario minimo legale che spinga in alto i contratti più bassi; o per mettere in busta paga il TFR, con costi rilevanti per la finanza pubblica.

Del resto, neppure il settore pubblico può dirsi virtuoso, anzi è il peggiore di tutti, ma lì la contrattazione è condizionata alla disponibilità finanziaria del governo. Anche in questo caso i rinnovi sono stati sempre in ritardo. Nel 2025, seppur tempestivi, non hanno tuttavia colmato neanche lontanamente la distanza con l’inflazione. Adesso la CGIL non firma più i contratti del pubblico impiego che passano solo con maggioranze alternative. Nel settore pubblico la soluzione è spendere di più per gli aumenti stipendiali, ma questo non risolve per nulla il grosso guaio in cui si è cacciata la contrattazione nel settore privato.


Pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 12.11.25

FISCO DI PROSSIMITÀ
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.