Ai giovani il TFR serve in busta paga
GIOVANI LAVORO

Ai giovani il TFR serve in busta paga

MARCO LEONARDI

Federico Fubini ha avuto il merito di scrivere su un grande giornale una cosa che gli esperti di previdenza conoscono da tempo, ma che quasi nessuno racconta agli italiani. Quasi quattrocento miliardi di risparmio previdenziale sono affidati a un sistema frammentato, costoso, scarsamente trasparente e non sempre capace di produrre rendimenti adeguati. Molto difficile da scalfire perché permeato dalla politica. Eppure quei soldi sono una parte della pensione futura di milioni di lavoratori.

Il primo caso è quello delle casse previdenziali dei professionisti. Dispongono di patrimoni ingenti, ma sono sottoposte a regole di governance e trasparenza meno rigorose di quelle richieste a chi gestisce il risparmio del pubblico. Eppure sono a tutti gli effetti pensioni pubbliche. In alcuni casi, organismi espressione delle categorie amministrano miliardi e scelgono consulenti e gestori dai quali dipenderanno le pensioni di intere professioni. È già capitato che questi patrimoni siano spinti dalla politica verso investimenti graditi al governo, non necessariamente scelti nel migliore interesse degli iscritti. Da anni si attende un quadro regolamentare capace di imporre requisiti professionali, procedure trasparenti, controlli sui conflitti d’interesse. Ma non arriva mai.

I fondi pensione sono più vigilati e trasparenti, ma hanno altri problemi. Sono troppi e questa frammentazione moltiplica organismi e costi, riduce la capacità di selezionare e controllare i gestori e impedisce di sfruttare pienamente le economie di scala. La Covip pubblica rendimenti e indicatori sintetici di costo, proprio questi dati mostrano che le differenze di costo sono rilevanti e che non tutte le gestioni riescono a battere stabilmente la rivalutazione del TFR. Anche pochi decimali di commissione ogni anno, composti per quarant’anni, possono sottrarre una parte significativa del montante finale.

Il grande mercato per fondi aperti

Questa discussione diventa ancora più importante oggi che si vuole indirizzare automaticamente il TFR dei nuovi assunti verso la previdenza complementare. Dal 2027 sarà così. Se poi sarà approvata la piena portabilità del contributo contrattuale del datore di lavoro, insieme a quello del lavoratore, si aprirà un grande mercato per fondi aperti, compagnie assicurative, banche e promotori finanziari.

Dal loro punto di vista sarebbe il business perfetto: flussi contributivi regolari, prevedibili e destinati a durare quarant’anni. Il lavoratore cambia impresa, contratto o settore, ma il capitale continua ad affluire al prodotto scelto. La concorrenza potrebbe migliorare l’offerta, ma potrebbe anche spostarla dai fondi collettivi, relativamente meno costosi, verso prodotti individuali con commissioni più elevate e sostenuti da reti commerciali aggressive. 

Destinare il TFR alla previdenza complementare è in astratto ragionevole. Nel sistema contributivo le pensioni pubbliche saranno meno generose e occorre costruire un secondo pilastro. Ma bisogna evitare due illusioni. La prima è che basti mettere automaticamente il TFR nei fondi per risolvere il problema delle pensioni future. Quando arriveranno a pensione le generazioni interamente contributive (tra meno di 10 anni), sarà comunque necessario rafforzare il pilastro pubblico: correggere le pensioni troppo basse, proteggere le carriere discontinue e riconoscere i periodi di disoccupazione, cura e formazione.

Il ritardo salariale dei giovani italiani

La seconda illusione è che ogni euro risparmiato oggi sia necessariamente più utile di un euro ricevuto nel salario. Per un giovane, il TFR non è soltanto pensione differita: è reddito sottratto al presente. Il TFR esiste solo in Italia e riduce i salari italiani del 7.19% rispetto agli altri paesi. Per questo sarebbe più coerente liberalizzare davvero la scelta, permettendo al nuovo assunto di destinare il TFR a un fondo pensione, con un incentivo fiscale, oppure di riceverlo almeno in parte in busta paga.

Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha ricordato quanto sia profondo il ritardo salariale dei giovani italiani. Un giovane laureato tedesco guadagna mediamente l’80% in più di un coetaneo italiano; uno francese il 30% in più. E questi divari si sono ampliati nel tempo. Il problema non è soltanto la distanza dall’estero. Anche in Italia il rapporto economico tra giovani e adulti è peggiorato. 

Montanti futuri e lavoratori presenti

Di fronte a questo quadro, trattenere obbligatoriamente un’altra parte della retribuzione per consegnarla a intermediari che la gestiranno per quarant’anni non può essere l’unica risposta. Prima occorre rendere i fondi e le casse professionali più trasparenti e impedire che la portabilità si trasformi in una corsa commerciale a prodotti costosi

Ma soprattutto bisogna impedire che i giovani italiani continuino ad andarsene. Senza di loro, il problema pensionistico arriverà molto prima del momento in cui il TFR versato oggi in un fondo potrà trasformarsi in una rendita. Un sistema pensionistico a ripartizione non vive dei montanti futuri, ma dei lavoratori presenti. Se i giovani qualificati emigrano perché guadagnano troppo poco, diminuiscono immediatamente i contributi che finanziano le pensioni di oggi.


Pubblicato su Il Foglio il 22.07.26

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