LAVORO

Meno medici e più infermieri

MARCO LEONARDI – LEONZIO RIZZO

È di qualche giorno fa la notizia che è partita la trattativa per la firma del contratto per infermieri e personale sanitario per il periodo 2025-2027. La buona notizia è che finalmente si firmerà un contratto del pubblico impiego nei tempi giusti invece che con il consueto ritardo triennale. La cattiva notizia è che, nonostante il nuovo rinnovo, infermieri e personale sanitario continueranno a guadagnare in termini reali meno di quanto guadagnavano nel 2019. Si prevede infatti un aumento dello stipendio lordo tabellare di 97 euro mensili nel 2026. Saliranno a 145 euro nel 2027: un aumento del 6,9% dello stipendio precedente. 

Il problema nasce da lontano. Il precedente contratto, relativo al triennio 2022-2024, è stato firmato con enorme ritardo, quando ormai il picco inflazionistico era passato. E questo è esattamente il difetto principale del nostro sistema di contrattazione collettiva. Quando l’inflazione accelera improvvisamente, i rinnovi arrivano troppo tardi e i salari reali non recuperano più. Così, dopo due rinnovi consecutivi, nel 2027 gli stipendi tabellari degli infermieri saranno aumentati di meno del 19% rispetto al 2019. L’inflazione cumulata sarà probabilmente intorno al 24-25%.

È una questione che riguarda tutti i lavoratori pubblici, ma che nella sanità assume un valore molto più grave. Perché il vero problema del sistema sanitario italiano oggi non sono i medici. Sono gli infermieri.

Cosa succede agli infermieri in Europa

L’Italia ha meno infermieri della media Ocse e li paga relativamente meno degli altri paesi avanzati. Gli stipendi degli infermieri italiani valgono circa 0,94 volte il salario medio nazionale. La media Ocse è pari a circa 1,2. Anche il rapporto tra infermieri e medici è profondamente squilibrato. In Italia ci sono circa 1,3 infermieri per medico, mentre nella media Ocse si supera quota 2.

Questo squilibrio racconta molto della nostra idea di sanità. Continuiamo a immaginare un sistema centrato quasi esclusivamente sulla figura del medico, mentre tutta la trasformazione della sanità territoriale richiederebbe esattamente il contrario: più infermieri, più assistenza diffusa, più presa in carico della cronicità e degli anziani.

Gli infermieri partecipano a un vero mercato internazionale del lavoro. Germania, Regno Unito e paesi nordici reclutano personale sanitario all’estero offrendo stipendi più alti, carriere migliori e condizioni di lavoro più sostenibili. L’Italia invece continua a offrire salari relativamente bassi e poi si stupisce se gli infermieri mancano.

Garantire almeno il recupero del potere d’acquisto dovrebbe essere il minimo. Ma non basta. Servirebbero incentivi economici più forti, percorsi professionali migliori, maggiore valorizzazione della professione e persino politiche di attrazione internazionale. Senza infermieri, semplicemente, la sanità territoriale non funziona.

Il dibattito politico italiano ossessionato sui medici

E invece il dibattito politico italiano continua a ossessionarsi sui medici. Da anni discutiamo quasi soltanto di accesso a Medicina, numero chiuso e carenza di laureati. Al punto da aver completamente deformato anche il sistema di selezione universitaria.

Per il secondo anno consecutivo Medicina utilizzerà infatti il cosiddetto semestre filtro: accesso formalmente aperto e selezione dopo sei mesi di corsi universitari. Quest’anno hanno partecipato circa 50 mila studenti. Alla fine circa due terzi sono rimasti esclusi e solo una parte entrerà davvero nei circa 20 mila posti disponibili tra Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. Il numero chiuso non è stato abolito: è stato semplicemente spostato più avanti.

Alcuni medici e docenti sono comprensibilmente contenti. Matteo Bassetti, per esempio, ha difeso il sistema sostenendo che almeno gli studenti possono frequentare l’università e misurarsi con materie vere. Ma il punto è un altro: il semestre filtro scarica enormi costi organizzativi e sociali sul resto del sistema universitario.

I limiti del modello di selezione dei medici

Per sei mesi decine di migliaia di ragazzi restano bloccati dentro Medicina senza sapere se potranno continuare. Molti rinviano l’iscrizione ad altri corsi, occupano aule, laboratori e servizi, congestionano gli atenei e poi, a gennaio, devono essere riallocati altrove senza un vero piano B. È un costo enorme non solo per gli studenti e le famiglie, ma anche per tutte le altre facoltà.

E soprattutto non si capisce perché questo modello debba valere soltanto per Medicina. Cinquantamila studenti sono una quota enorme di un’intera coorte universitaria italiana. Immaginiamo cosa succederebbe se decidessimo di usare lo stesso sistema per Informatica, perché mancano specialisti digitali, o per Ingegneria industriale, perché servono tecnici. Accesso aperto a tutti, semestre comune e selezione dopo sei mesi. Sarebbe il caos assoluto.

Il Consiglio di Stato ha rigettato i ricorsi contro il semestre filtro, e probabilmente dal punto di vista giuridico il sistema reggerà. Ma che sia legittimo non significa che sia efficiente. 


Pubblicato su Il Foglio il 16.05.26