Il bilancio EU piccolo ma riformabile
MARCO LEONARDI – LUCIANO MONTI
Il bilancio dell’Unione Europea è piccolo: poco più dell’1% del Pil complessivo. E nel prossimo ciclo 2028-2034 non crescerà molto, una volta detratte le risorse destinate al rimborso del debito del Next Generation EU. Eppure, se fosse strutturato meglio, potrebbe avere un impatto ben più significativo. A dirlo è la stessa Commissione europea. Insieme alla proposta di Quadro Finanziario Pluriennale, ha pubblicato lo scorso 16 luglio una corposa valutazione di impatto delle politiche in preparazione. Sono centinaia di pagine tra documento principale e allegati.
La diagnosi è chiara: l’attuale struttura del bilancio è troppo rigida, complessa, ridondante. E questa rigidità, più ancora che la scarsità di risorse, ne limita l’efficacia.
“Molti programmi – si legge – possono finanziare le stesse attività, ma con regole diverse, e senza sufficiente flessibilità per rispondere a esigenze impreviste”. Il sistema è pensato per spendere, non per ottenere risultati. La spesa – cioè l’input – è ancora l’indicatore dominante. Restano marginali gli indicatori di output (cosa si è prodotto), di risultato (quali effetti immediati si sono ottenuti) e soprattutto di impatto (quali cambiamenti duraturi ha generato l’investimento). Un esempio è questo. Non basta sapere quanti corsi di formazione sono stati organizzati. Bisogna sapere quanti partecipanti hanno trovato lavoro e se le competenze apprese hanno migliorato la competitività dei territori. Questo cambio di paradigma, apparentemente tecnico, è in realtà il cuore della riforma.
La semplificazione del bilancio EU
La Commissione propone una semplificazione radicale, attraverso una “programmazione unica” e centralizzata. Supera la logica dei fondi separati per politiche simili. È una logica ispirata all’esperienza del PNRR. L’Italia ha imparato (spesso a fatica) a gestire fondi su base performance-based. Sono cioè legati al raggiungimento di target e milestone e non alla semplice rendicontazione delle spese. Un salto di qualità importante, ma non privo di rischi.
Chi teme di perdere potere nella nuova architettura sono prima di tutto le Regioni. Vedrebbero ridimensionato l’accesso diretto ai fondi europei. Oggi sono spesso gestiti con grande autonomia. Ma anche i Comuni, soprattutto i più piccoli e con capacità amministrativa limitata, rischiano di trovarsi in difficoltà. Durante l’attuazione del PNRR, infatti, il sistema a obiettivi è stato accompagnato da un fortissimo supporto tecnico e politico. Sono state previste norme ad hoc, task force, assistenza continua. In tempi ordinari, questo tipo di accompagnamento potrebbe non esserci. E senza un coordinamento efficace tra livelli di governo – dove le differenze tra Regioni sono ancora forti – i divari territoriali rischiano di ampliarsi.
In più, l’accorciamento dei tempi di rendicontazione (da t+3 a t+1) e la perdita di quella “flessibilità informale” che ha caratterizzato l’attuazione del PNRR rendono il sistema più esigente. Non c’è più tempo per errori o per aggiustamenti in corsa. Da un lato si rafforza la capacità strategica della Commissione, dall’altro si accentuano le responsabilità degli Stati membri nella programmazione e gestione.
La sostenibilità intergenerazionale
Eppure, tra le molte attenzioni – in particolare quella giustamente posta alle diseguaglianze di genere e alla necessità di raccogliere dati disaggregati per valutare gli effetti delle politiche – spicca una grande assenza. Nulla si dice, infatti, della valutazione dell’impatto generazionale degli investimenti. È una contraddizione evidente. La stessa Commissione, nel 2024, aveva annunciato che tale valutazione sarebbe diventata precondizione per i programmi futuri.
Dimenticare l’impatto delle politiche sulle giovani generazioni è un errore grave. Nel pieno dell’inverno demografico e con segnali sempre più preoccupanti sulla perdita di capitale umano, l’Europa non può permettersi di trascurare la sostenibilità intergenerazionale delle sue scelte di bilancio.
Pubblicato su Il Foglio il 26.08.25
