Il pollo medio illusione di benessere
LAVORO

Il pollo medio illusione di benessere

MARCO LEONARDI – LEONZIO RIZZO

È stato pubblicato un utilissimo rapporto di due ricercatori della Banca d’Italia sul Fiscal Drag. Merita attenzione, non solo per la qualità dell’analisi, ma perché il calcolo viene esteso dal reddito individuale al reddito familiare. Così si può tener conto di misure di benefit a livello familiare come il reddito di cittadinanza e assegno unico per i figli. Non essendo indicizzati all’inflazione possono determinare anch’essi perdite di potere d’acquisto.

Ormai è ben noto che ci sono due modi di calcolare il Fiscal Drag. Uno dal punto di vista dei contribuenti è basato sulla piena indicizzazione all’inflazione di scaglioni e detrazioni Irpef come fanno negli Usa e in tanti altri paesi. L’altro è basato invece sulla variazione delle entrate fiscali. I due metodi misurano cose diverse. Arrivano a conclusioni diverse su quanto lo Stato abbia restituito ai cittadini attraverso le riforme fiscali. 

Ma la parte più interessante del paper non riguarda il Fiscal Drag ma il reddito familiare netto. 

Il reddito familiare netto leggermente in crescita

Il risultato è rassicurante. Il reddito familiare netto nel 2025 risulta leggermente superiore ai livelli del 2021. Un sollievo, soprattutto se confrontato con il dato negativo che i salari reali individuali, anche al netto delle imposte, restano ancora inferiori a quelli pre-pandemia. INPS dice che tra 2019 e 2024 questi ultimi stanno attorno al 3% sotto il livello 2019 per i redditi più bassi. Sono in linea con l’inflazione al centro della distribuzione, e del 5% sotto per i redditi più alti. 

Vediamo se e come si conciliano i due risultati. 

In Italia ci sono circa 26 milioni di famiglie: 15 milioni con reddito prevalente da lavoro dipendente, il resto ricevono pensioni o trasferimenti e un 10% lavoro autonomo. Dei 15 milioni, 9 milioni circa sono le famiglie con un solo reddito e 6 milioni con due o più redditi.

Lasciamo da parte le famiglie con reddito prevalente da pensione o da lavoro autonomo che tendenzialmente hanno fatto peggio in termini reali nel 2025 rispetto al 2021. Per loro ci sono state poche compensazioni fiscali. Guardiamo alle famiglie con reddito prevalente da lavoro dipendente.

L’aumento dell’occupazione e il reddito familiare

Negli ultimi anni è successo un fatto straordinario: l’occupazione è aumentata di circa un milione e mezzo di persone. Molti sono usciti dalla disoccupazione. I disoccupati sono calati di circa 500 mila persone. Molti altri sono stati stabilizzati dopo periodi di contratti a termine. Negli ultimi quattro anni ogni anno ci sono state quasi 900.000 trasformazioni da tempo determinato in tempo indeterminato.

Questo ha avuto un effetto enorme sul reddito familiare di una parte dei nuclei. In termini semplici: circa 3 milioni di famiglie ha visto il proprio reddito aumentare in modo molto significativo, in alcuni casi raddoppiare. Da zero o da un solo reddito si è passati a due redditi. Da un contratto precario o part time si è passati ad un contratto pieno. È esattamente ciò che la Banca d’Italia sottolinea correttamente. Gran parte del miglioramento del reddito familiare netto dipende dall’eccezionale crescita dell’occupazione.

Chi sta peggio di cinque anni fa

Ma cosa è successo agli altri circa 12 milioni di nuclei familiari? Sono quelli la cui composizione e partecipazione al mercato del lavoro non è cambiata. Qui il quadro è molto meno rassicurante. Per queste famiglie, il reddito da lavoro ha subito la stessa dinamica dei salari individuali. C’è stata una perdita media di circa l’8% in termini reali al lordo delle imposte e comunque una riduzione di entità variabile al netto delle imposte, cioè nonostante gli interventi fiscali.

Al netto delle tasse, i nuclei familiari con redditi bassi hanno recuperato più di quelli alti. Hanno goduto delle decontribuzioni anche senza aver pagato il Fiscal Drag. Se si tenesse conto che per loro l’inflazione è più alta il recupero sarebbe ben più limitato. Il loro paniere di consumi, limitato ai beni necessari, è più esposto alla variazione dei prezzi.

La media del reddito familiare netto, dunque, è la media tra due fenomeni. Da un lato, 3 milioni di famiglie stanno molto meglio perché hanno più occupati. Dall’altro, una maggioranza di famiglie (12 milioni) che, pur lavorando come prima, sta un po’ peggio di cinque anni fa. 

Il salario individuale come riferimento

Ecco perché il salario reale lordo delle imposte resta, in tutto il mondo, la misura di riferimento del benessere economico dei dipendenti. Non perché si ignori il ruolo del fisco o della famiglia, ma perché misura ciò che accade prima dei trasferimenti sociali (ammortizzatori etc.): la capacità del sistema economico di generare redditi da lavoro adeguati. Il salario individuale e non quello familiare è comunque il riferimento dei giovani quando si costruiscono una carriera.

Il fisco può correggere, ma solo temporaneamente. L’assicurazione della famiglia può aiutare molto. Si pensi a quante famiglie si sostengono con le pensioni. L’occupazione può crescere ma non può sostituire all’infinito il ruolo fondamentale dei salari che perdono potere d’acquisto. 


Pubblicato su Il Foglio il 30.01.26

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