Fiscal Drag problema non solo italiano
EUROPA LAVORO

Fiscal Drag problema non solo italiano

MARCO LEONARDI – LEONZIO RIZZO

Il Fiscal Drag non è un’anomalia italiana: è comune a tutti i paesi che attraversano periodi di inflazione. Quando i prezzi salgono ma le soglie fiscali restano ferme, i contribuenti si ritrovano a pagare più tasse anche se il loro potere d’acquisto non è aumentato. È un drenaggio silenzioso, che sposta reddito dai lavoratori allo Stato.

Un’indagine dell’OCSE (Taxing wages 2023 tavola 2.3) mostra che su 38 paesi sviluppati 18 indicizzano automaticamente imposte e trasferimenti sociali all’inflazione. L’Italia è uno dei 20 paesi che non adegua automaticamente né l’IRPEF né i benefici sociali. Sono l’accesso a mense, case popolari, assegni familiari, trasporti pubblici e tutto ciò che dipende da Isee. La maggior parte di questi 20 paesi ha deciso comunque di adeguare le soglie data l’alta inflazione. L’Italia è rimasta la sola a non indicizzare quasi nulla insieme a Spagna, Malta e Cipro.

Quasi tutti i paesi che indicizzano automaticamente, usano l’indice dei prezzi al consumo o indici derivati, 16 paesi tra cui US, Canada, Messico, Belgio, Francia, Norvegia, Austria e altri. Solo una minima minoranza, per la precisione Danimarca e Lituania, utilizza l’andamento dei salari. Lo fa per contenere la spesa pubblica, non perché sia giusto. Il riferimento corretto resta l’inflazione dei prezzi. Il Fiscal Drag misura esattamente le tasse in più che i cittadini pagano per effetto dell’aumento dei prezzi, non dei salari.

Indicizzare ai prezzi piuttosto che ai salari

Se un giorno l’Italia dovesse decidere di indicizzare l’IRPEF dovrebbe fare come i 16 paesi che indicizzano ai prezzi. Sconsiglieremmo vivamente di utilizzare il tasso di crescita dei salari per la ovvia ragione che i salari crescono molto meno dei prezzi. Se vogliamo risparmiare, potremmo indicizzare l’IRPEF ai prezzi solo ogni tanto oppure solo sopra una certa soglia di inflazione. 

Per far capire la differenza tra indicizzare ai prezzi piuttosto che ai salari facciamo un esempio storico. Le pensioni sono da sempre rivalutate utilizzando l’indice dei prezzi. Durante la crisi del 1992 si discusse di legare l’indicizzazione delle pensioni ai salari, l’intento era di risparmiare. Si sostenne che non fosse giusto trattare diversamente lavoratori e pensionati ma si sapeva benissimo che il potere d’acquisto delle pensioni si mantiene indicizzandole ai prezzi, non ai salari. Quella discussione finì in nulla. Le pensioni continuarono a essere rivalutate rispetto ai prezzi. Oggi il governo risparmia tagliando la rivalutazione sopra la soglia di 2.100 euro lordi al mese. 

Il Fiscal Drag è stato restituito per intero ai cittadini?

Per chiarire in parole semplici. Un recente paper della Banca Centrale Europea ha stimato il Fiscal Drag nei paesi europei. Se si utilizzano gli stessi anni — dal 2019 al 2023 — e il deflatore dei prezzi per l’Italia il risultato è circa 25 miliardi di euro di IRPEF in più dovute solo all’inflazione. Se invece si usa come deflatore la crescita dei salari, il valore risulterebbe molto più basso, 12 miliardi.

Ma, come abbiamo detto, il deflatore giusto sono i prezzi. E 25 miliardi è una stima per difetto. I redditi bassi hanno spesso perso l’accesso ai benefici del welfare legati alle soglie Isee. Quelli alti hanno pagato di più di Fiscal Drag attraverso le addizionali IRPEF locali e comunali. Entrambe le cose qui non sono prese in considerazione.

È assodato quindi che sono circa 25 miliardi. La domanda è se il Fiscal Drag sia stato restituito per intero ai cittadini attraverso riduzioni del carico fiscale. Se si tiene conto di tutte le riduzioni fiscali dei governi Draghi e Meloni in effetti si arriva a 25 miliardi. Finora, esclusa questa legge di bilancio, tutte le riduzioni fiscali hanno riguardato i redditi bassi sotto i 35 mila euro annui. Nulla è andato ai redditi superiori o ai pensionati.

Loro hanno solo pagato il Fiscal Drag senza avere nessuna compensazione. In quest’ultima legge di bilancio, il governo rivendica di aver ridotto le tasse sul ceto medio. Ma in realtà non si tratta di una riduzione vera e propria. È una restituzione del maltolto. I circa 3 miliardi all’anno di riduzione dell’Irpef sul ceto medio rappresentano il rimborso, parziale, di ciò che l’inflazione aveva tolto.

L’uso discrezionale delle entrate del Fiscal Drag

Infine c’è un discorso serio da fare, ovvero che molti possano considerare normale o anche giusto che il governo incassi il Fiscal Drag e poi discrezionalmente usi quelle entrate per ridurre il debito pubblico, per aumentare le spese o ridurre le tasse a chi vuole lui. In fondo ci sono 20 paesi su 38 che, come l’Italia, non indicizzano automaticamente l’IRPEF. Si sappia però che il Fiscal Drag è assente o poca roba finché l’inflazione è bassa come negli ultimi 30 anni. Quando l’inflazione si rialza invece produce un aumento meccanico della pressione fiscale IRPEF e un gettito importante. L’OECD la chiama tax by stealth, la tassa nascosta. E la stessa cosa accadrà se dovesse tornare l’inflazione.


Pubblicato su Il Foglio il 06.11.25

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