Non siamo più ricchi ma di meno
MARCO LEONARDI – LEONZIO RIZZO
In questo articolo vogliamo chiarire come sta realmente l’Italia in termini di potere d’acquisto, guardando a due orizzonti distinti: gli ultimi quindici anni e gli ultimi cinque. È una distinzione necessaria perché negli ultimi mesi il governo ha scelto come misura di benessere il reddito familiare pro capite. Ha provato a dimostrare che, su questa base, l’Italia negli ultimi cinque anni avrebbe fatto meglio di Francia, Germania e Spagna. Per capire se questa affermazione ha senso bisogna però guardare con attenzione a cosa c’è dietro quel numero.
Partiamo dal lungo periodo, perché qui non c’è proprio partita. Se si guarda al reddito familiare pro capite in termini reali, l’Italia oggi è sostanzialmente allo stesso livello dei primi anni Duemila dieci. Francia e Germania lo hanno visto crescere in modo significativo. Persino la Spagna – nonostante una crisi molto più profonda di quella italiana – oggi è nettamente sopra i livelli del 2010. Fatto 100 il 2010 i numeri nel 2025 sono 104 per l’Italia, 108 Spagna, 111 Francia, 115 Germania. L’Italia ha perso non solo quindici ma in verità trent’anni di crescita del benessere relativo.
Concentriamoci allora sugli ultimi cinque anni. Vediamo che cosa è successo, scomponendo numeratore (il reddito familiare) e denominatore (la popolazione).
L’aumento dell’occupazione è una media
Il numeratore – il reddito familiare complessivo – è aumentato soprattutto perché è aumentata l’occupazione in Italia più che altrove. Tra il 2019 e il 2025 in termini cumulati, l’occupazione in Italia è cresciuta di circa il 7% in Italia, il 5.9% Francia e solo il 2.7% Germania. La Spagna ha fatto addirittura +10%. Questo ha inevitabilmente spinto verso l’alto il reddito delle famiglie.
Ma qui entra in gioco il primo punto cruciale: si tratta di una media. Come abbiamo già spiegato altrove, l’aumento dell’occupazione non ha migliorato in modo uniforme la condizione di tutte le famiglie. Circa tre milioni di famiglie stanno oggi molto meglio di prima. Hanno aggiunto un percettore di reddito o aumentato significativamente le ore lavorate. Ma la grande maggioranza, circa dodici milioni di famiglie, va un po’ peggio di prima in termini di potere d’acquisto.
Inoltre, l’Italia presenta una particolarità nella composizione del reddito familiare. La quota imputabile ai salari (64%) è più bassa di circa venti punti rispetto a Germania (84%) e Francia (80%) e di dieci punti rispetto alla Spagna (75%). Infatti, in Italia, in aggregato, circa un terzo del reddito familiare è riconducibile a reddito da capitale. Tale quota è distribuita non in modo uniforme su tutte le famiglie, ma su un numero minoritario di esse, che hanno la possibilità di risparmiare e investire. Queste due peculiarità fanno sì che la media familiare sale. Lo fa perché pochi migliorano molto e molti peggiorano poco.
Non siamo più ricchi ma di meno
Veniamo ora al denominatore: la popolazione. Ed è qui che si trova il pezzo fondamentale della storia. Tra il 2019 e il 2025 la popolazione italiana è diminuita in modo netto (-1.3%). Negli altri grandi paesi europei è aumentata: 1.6% Germania, 2% Francia, 4.7% Spagna. Questo significa che il reddito familiare pro capite in Italia cresce perché il denominatore scende. Non perché siamo più ricchi, ma perché siamo di meno.
Il reddito familiare pro-capite è aumentato non tanto perché l’occupazione è cresciuta ma soprattutto perché la popolazione è scesa molto. Tanto è vero che se si tiene ferma la popolazione al suo valore del 2019 l’Italia non è più prima tra i quattro paesi ma penultima. L’ultima è la Germania in crisi. Non è colpa del governo se la popolazione diminuisce. Forse non è neppure merito del governo se l’occupazione aumenta. Certamente non sembra sensato vantarsi di un miglioramento del benessere che dipende dal fatto che siamo meno numerosi.
Le scorciatoie statistiche non servono
La lezione generale dice questo. Non bisogna fidarsi di due trucchi del mestiere quando si leggono le statistiche economiche in modo eccessivamente ottimistico. Il primo è usare i dati congiunturali, cioè le variazioni da un trimestre all’altro, per suggerire che una perdita strutturale sia stata recuperata. Il secondo è usare dati pro capite senza ricordare che, nel caso italiano, il loro andamento è fortemente influenzato dal calo eccezionale della popolazione.
Se l’obiettivo è davvero migliorare il potere d’acquisto degli italiani, non esistono scorciatoie statistiche. Nel lungo periodo conta certamente la produttività del paese. Ma nel breve periodo il nodo centrale è un altro. La contrattazione collettiva ha perso terreno. I rinnovi sono arrivati in ritardo. I salari reali ne hanno pagato il prezzo e questi ultimi costituiscono due terzi del reddito familiare. L’aumento dell’occupazione e la riduzione delle tasse hanno attenuato gli effetti di questa debolezza, ma sono ben lontani dal consentire un recupero del potere d’acquisto perso negli ultimi anni.
Pubblicato su Il Foglio il 24.02.26
