Tornare a parlare di Transizione 5.0
LAVORO

Tornare a parlare di Transizione 5.0

STEFANO FIRPO – MARCO LEONARDI

Se l’Italia vuole davvero una politica di sviluppo delle imprese, deve tornare a parlare seriamente di Transizione 5.0. Non come slogan, ma come architettura coerente di incentivi che spingano le imprese a fare ciò che oggi serve davvero: innovazione di prodotto e di processo, maggiore efficienza energetica, digitalizzazione avanzata e servitizzazione della meccanica strumentale e dei modelli b2b. Tutto ciò che tiene insieme competitività industriale e transizione ambientale è oggi una delle poche leve su cui può contare il nostro Made in Italy.

Negli ultimi due anni, invece, la politica industriale ha fatto un giro completo su se stessa. Un 360 gradi che ha riportato il sistema esattamente al punto di partenza.

Il piano Transizione 5.0, finanziato con 6,3 miliardi di euro su RepowerEU, era nato con un disegno chiaro. Doveva incentivare investimenti materiali 4.0, fonti rinnovabili per autoconsumo, efficienza energetica dei processi e dei siti produttivi. Con contributi importanti, dal 35% al 45% di credito d’imposta, legate a miglioramenti misurabili dei consumi energetici e con una premialità ulteriore per il fotovoltaico più efficiente. Doveva durare fino al 31 dicembre 2025, offrendo alle imprese un orizzonte temporale certo anche grazie a procedure di accesso semplificate.

Poi, improvvisamente, il 7 novembre, il taglio: meno 3,8 miliardi di dotazione, a piano ancora aperto. Le imprese vengono messe “in attesa”. Investimenti già deliberati, spesso già avviati, restano sospesi. Il 20 novembre arrivano rassicurazioni politiche sulla copertura finanziaria. Due giorni dopo un decreto chiude lo sportello di presentazione delle prenotazioni al 27 novembre e aggiunge solo 250 milioni. Nel frattempo, le richieste presentate superano di gran lunga le risorse disponibili. Il risultato è un buco potenziale di circa 1,6 miliardi.

Indietro al punto di partenza di dieci anni fa

A dicembre arriva l’ultimo colpo di scena. Nella manovra compare un fondo da 1,3 miliardi, ma non per le code di Transizione 5.0 orfane di fondi PNRR. Serve a finanziare nel 2025 Transizione 4.0, con un credito d’imposta al 20% e senza più le fonti rinnovabili. Un incentivo diverso, più debole, che non sana le domande rimaste scoperte. Perché? Molto semplicemente per le regole Eurostat gli incentivi Transizione 5.0 vanno tutti a pesare sul deficit 2025 che si sta cercando di tenere al di sotto del fatidico 3%. Gli effetti sulla finanza pubblica degli incentivi 4.0 si spalmano invece negli anni a venire.

Il risultato è che a oggi molte imprese sono in un limbo. Non sanno se avranno diritto al 45% del T5.0 o al 20% del T4.0. È difficile immaginare un modo più efficace per indebolire ogni fiducia nelle politiche di incentivazione e bloccare nuovi investimenti.

Abbiamo parlato per mesi di industria verde, efficienza energetica e nuova manifattura. Siamo tornati esattamente al punto in cui eravamo dieci anni fa. Alla vecchia discussione tra iperammortamento e credito d’imposta. C’è una differenza. Questa volta ha vinto l’iperammortamento, che è strutturalmente più adatto alle imprese con margini capienti e capacità di pianificazione fiscale. 

Gli effetti dell’iperammortamento

Vale la pena ricordarlo. È stato proprio il passaggio dall’iperammortamento al credito d’imposta a permettere, con Industry 4.0, di raggiungere circa 180 mila imprese su 265 mila strutturate con più di 10 addetti. È lì che la politica industriale ha iniziato ad avere effetti di modernizzazione diffusi sul nostro sistema produttivo. In più l’iperammortamento può abbassare l’effettivo tax rate dell’impresa al di sotto della soglia del 15%. È una soglia che deve essere rispettata dopo che l’Europa e l’Italia hanno recepito le regole del Pillar 2. Al di sotto di questa scattano automatici meccanismi di ripresa della tassazione con il rischio per le imprese più grandi di vedersi vanificato l’incentivo appena ricevuto.

Il problema non è scegliere tra 4.0 o 5.0. Il problema è restare intrappolati in un dibattito vecchio di dieci anni. Intanto il mondo industriale corre su digitalizzazione avanzata, automazione robotica, integrazione tra macchina e servizio, efficienza energetica e nuovi modelli produttivi. L’Italia non può permettersi incentivi intermittenti, riscritti in corsa, mal coordinati con le regole che governano in Europa la minimum tax, che scaricano il rischio sulle imprese.

Serve riaprire subito una discussione seria su Transizione 5.0. La decarbonizzazione non è solo un vincolo ambientale. Può essere una grande opportunità economica perché l’Italia è già leader negli standard ambientali. Dispone di un forte capitale industriale e tecnologico e nel medio periodo, l’energia pulita prodotta localmente può costare meno dell’energia fossile importata. Ma se la transizione è lasciata alle sole regole e agli obblighi, diventa un costo. Se invece è accompagnata da investimenti, innovazione e nuovi modelli produttivi, diventa un moltiplicatore di competitività. 


Pubblicato su Il Foglio il 14.02.26

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