L'UE rincorre i record dell'e-commerce
DOGANE EUROPA

L’UE rincorre i record dell’e-commerce

Il commercio elettronico transfrontaliero corre più veloce dei controlli doganali. La Comunità Europea risponde abolendo la soglia di esenzione dei 150 euro, ma il vero nodo diventa la qualificazione giuridica delle importazioni. Dietro operazioni formalmente B2B si nasconde, in molti casi, una sostanza tutta B2C.

L’e-commerce continua a macinare record e a ridisegnare, anno dopo anno, le abitudini di consumo degli europei. Basta poco per far arrivare a casa un prodotto partito dalla Cina, spesso a un prezzo che nessun negozio di quartiere potrebbe eguagliare. Dietro questa rivoluzione degli acquisti, però, si allarga una sfida che l’Unione Europea fatica sempre di più a governare. Le merci in arrivo devono rispettare gli standard di sicurezza, qualità e conformità imposti dalla normativa comunitaria.

I numeri raccontano la dimensione del fenomeno 

Nel 2025 sono entrati nell’Unione quasi 5,9 miliardi di articoli acquistati online, contro gli 1,39 miliardi del 2022. Il rialzo è di oltre quattro volte in tre anni. Quasi tutte le spedizioni sono piccoli invii di valore inferiore a 150 euro, diretti al consumatore finale. E su questi pacchi la Cina esercita un dominio quasi totale, con circa il 93% delle spedizioni e-commerce dirette verso il mercato europeo.

Una crescita di queste proporzioni sta mettendo sotto pressione l’intero apparato doganale dell’Unione. Ogni giorno i funzionari doganali presidiano porti, aeroporti e valichi di frontiera. Monitorano l’ingresso delle merci, ma l’aumento dei volumi ha inevitabilmente eroso la capacità di controllo. Nel 2022 venivano effettuati 203 controlli ogni milione di articoli importati. Il rapporto nel 2025 è sceso a soli 65 controlli per milione.

È proprio l’esito di quei controlli, pur ridotti, a destare le maggiori preoccupazioni. Un’operazione coordinata tra le autorità doganali e gli organismi di vigilanza dei 27 Stati membri ha fatto emergere livelli di non conformità decisamente elevati.

Prodotti non regolari, non conformi e pericolosi

Nel comparto dei giocattoli e dei piccoli dispositivi elettronici, oltre il 64% dei prodotti controllati è risultato irregolare. Ancora più allarmanti gli esiti delle analisi di laboratorio. Più dell’80% degli articoli testati è stato giudicato non conforme o, in diversi casi, apertamente pericoloso, con rischi di soffocamento, scosse elettriche e presenza di sostanze nocive.

Su quasi 6.000 cosmetici verificati, il 65% non rispettava le normative europee.

Per i dispositivi di protezione individuale, caschi, occhiali protettivi, giubbotti di salvataggio, la non conformità ha toccato il 60%, mentre per gli integratori alimentari è del 63%. Le irregolarità più ricorrenti riguardano etichettature incomplete, documentazione assente e, in alcuni casi, ingredienti vietati dalla legislazione europea.

L’attività delle dogane comunitarie, non si esaurisce nell’e-commerce. Nel 2025 hanno sequestrato quasi 475 tonnellate di sostanze stupefacenti, circa 3,8 miliardi di sigarette e prodotti del tabacco illegali, oltre 2.300 armi da fuoco e milioni di munizioni. L’azione ha coinvolto anche il contrasto alla contraffazione, al traffico di specie protette e al commercio illecito di beni culturali. Nello stesso anno hanno respinto più di 58.000 prodotti alle frontiere europee. Non erano conformi o erano potenzialmente pericolosi per consumatori e imprese.

Di fronte a questo scenario, la Comunità Europea ha scelto di intervenire con una riforma destinata a incidere in profondità sui modelli logistici dell’e-commerce internazionale.

Nuove regole e strategie delle grandi piattaforme internazionali

Dal 1 luglio 2026 è stata abolita l’esenzione doganale per i pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da Paesi extra-UE. È stata sostituita da un prelievo forfettario di 3 euro per articolo. L’obiettivo dichiarato è quello di riequilibrare la concorrenza a favore dei venditori europei e reperire risorse per rafforzare i controlli alle frontiere.

La Commissione europea sta, inoltre, valutando l’introduzione di un’ulteriore handling fee da 2 euro per spedizione, con finalità amministrative e di finanziamento delle attività doganali. L’idea è trasferire almeno una parte dei costi generati da questo enorme volume di merci sugli operatori che ne traggono vantaggio economico.

Le nuove regole stanno già ridisegnando le strategie delle grandi piattaforme internazionali. Il modello tradizionale, spedizione diretta dalla Cina al singolo consumatore europeo, sta lasciando progressivamente spazio a un’organizzazione logistica diversa. Per contenere costi e adempimenti, molte aziende stanno investendo in magazzini e centri di distribuzione all’interno dell’Unione, in particolare nei Paesi dell’Europa centrale e orientale.

La logica è di sostituire milioni di micro-importazioni destinate ai singoli consumatori con poche, grandi importazioni all’ingrosso verso hub logistici europei, dai quali le merci vengono poi smistate all’interno del mercato unico.

Un sistema che riduce il numero delle pratiche doganali e abbassa i costi amministrativi e limita l’impatto economico del nuovo tributo.

È qui che si gioca la partita più delicata della riforma, quando il B2B nasconde un B2C.

Quando regge la qualificazione di un’importazione come B2B

La rilocalizzazione verso i grandi hub logistici europei si fonda, sul piano formale, su importazioni all’ingrosso qualificate come operazioni B2B (business-to-business). Sono effettuate tra due operatori economici e non riconducibili, in linea di principio, alla disciplina e agli oneri pensata per le vendite a distanza dirette al consumatore finale.

Ma è proprio questa qualificazione formale a dover essere sottoposta a un vaglio sostanziale. La merce importata all’ingrosso in un magazzino europeo è, sotto il profilo sostanziale, già interamente destinata, per accordo commerciale, per tracciabilità dell’ordine o per la struttura stessa dell’operazione a soddisfare ordini individuali di consumatori finali già raccolti al momento dell’importazione. L’operazione può integrare, nella sostanza, una vendita a distanza B2C frazionata e mascherata da importazione all’ingrosso.

In altre parole, la qualificazione di un’importazione come B2B regge soltanto se non ricorrono elementi tali da ricondurla, sul piano sostanziale, a una vendita a distanza B2C. Il rischio, per l’autorità doganale, è che il trasferimento della soglia dal singolo pacco al singolo container diventi lo strumento con cui il volume di operazioni soggette a imposizione e a controllo di conformità, si riduce. Questo non perché le vendite ai consumatori europei diminuiscono, ma perché cambia semplicemente la veste giuridica con cui quelle stesse vendite attraversano la frontiera.

È una distinzione tutt’altro che teorica. Da essa dipendono l’applicabilità del prelievo forfettario, l’assoggettamento ai controlli di sicurezza e conformità pensati per l’e-commerce diretto al consumatore, e, più in generale, la tenuta stessa della riforma appena entrata in vigore.

La sfida per l’Europa sarà ora trovare un punto di equilibrio tra apertura commerciale, competitività e tutela dei consumatori. Perché se l’e-commerce rappresenta un’opportunità di crescita e di scelta senza precedenti per milioni di cittadini, la sicurezza dei prodotti e la corretta applicazione delle regole doganali restano condizioni imprescindibili per uno sviluppo sostenibile del settore a maggior ragione ora che la partita si sposta dal controllo del singolo pacco alla verifica della reale natura, B2B o B2C, di ogni singola operazione.

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