Trasferimenti o compartecipazioni?
MARCO LEONARDI – LEONZIO RIZZO
Il progetto di autonomia differenziata è fermo. Il PNRR impone comunque all’Italia alcuni obiettivi vincolanti in materia di federalismo fiscale. Tra questi, la richiesta di superare i trasferimenti statali diretti a favore di forme di compartecipazione a tributi erariali. Una riforma che dovrebbe rafforzare la responsabilizzazione finanziaria degli enti territoriali finora si è tradotta solo in un’operazione formale.
La finanza di Regioni ed enti locali italiani è fortemente dipendente dai trasferimenti dello Stato. È così per le Regioni, ma anche per i Comuni. Da quando nel 2015 è stata abolita l’IMU sulla prima casa e il tentativo di introdurre una local tax è naufragato. Le principali funzioni pubbliche – sanità, trasporti, assistenza – sono coperte da fondi statali specifici trasferiti alle Regioni e in molti casi poi ai Comuni.
In questo contesto, il governo ha approvato in via preliminare un decreto legislativo. Introduce una nuova compartecipazione all’IRPEF per le Regioni. Sanità, scuola, assistenza e trasporto pubblico locale dovevano essere finanziati con una compartecipazione all’IVA e con addizionali regionali IRPEF e con IRAP. Tuttavia, poiché l’IVA copre ormai quasi interamente la spesa sanitaria, circa l’80%, si è reso necessario individuare una nuova fonte. Così entra in scena l’IRPEF.
Sulla carta, è un passo avanti nella direzione richiesta dal PNRR. In pratica, questo significa che una quota del gettito IRPEF raccolto a livello centrale sarà trattenuta nelle Regioni per finanziare le funzioni oggi coperte dai trasferimenti. Ma oltre l’apparenza, le novità si scontrano con vecchi problemi.
Trasferimenti o compartecipazioni?
Non c’è ancora un accordo chiaro su quali trasferimenti verranno effettivamente soppressi. E soprattutto, c’è un nodo irrisolto. Le Regioni, che riceveranno la nuova compartecipazione, sembrano restie a replicare questo meccanismo nei confronti dei Comuni. Il decreto fiscalizza le risorse a livello regionale, ma lascia inalterata la dipendenza dei Comuni dai trasferimenti regionali. I sindaci protestano. Vorrebbero anche loro una compartecipazione diretta, per poter dire che una parte delle tasse dei cittadini rimane sul territorio, come rivendicano oggi le Regioni. Ciò gli permetterebbe, inoltre, di evitare il vincolo di destinazione. A oggi esiste su gran parte delle risorse loro trasferite.
La disputa si è così trasformata in una battaglia nominalistica tra trasferimenti e compartecipazioni. Ma, a ben vedere, si tratta di due facce della stessa medaglia, soprattutto quando – come nel caso italiano – le aliquote di compartecipazione sono stabilite ogni anno dal governo centrale. Non danno alcun margine di manovra agli enti territoriali. Se un Comune o una Regione non può modificare né l’aliquota né la base imponibile, allora non ha vero potere fiscale. Ha semplicemente una diversa etichetta sul bonifico che riceve a fine mese.
Il disimpegno dello Stato centrale
In un vero sistema federale, è normale che esistano squilibri verticali. I governi centrali raccolgono più risorse di quante ne spendano, mentre quelli locali spendono più di quanto incassino. Per questo tutti i modelli federali – dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia alla Germania – prevedono meccanismi robusti di trasferimenti, sia vincolati che perequativi. Non si capisce quindi perché nel nostro dibattito il termine trasferimento sia diventato quasi una parolaccia. È sostituita a ogni costo con “compartecipazione”, anche quando quest’ultima funziona, di fatto, come un trasferimento mascherato.
Il vero punto, allora, non è la forma giuridica del flusso di denaro, ma la sua quantità. Negli ultimi anni, anche a causa dell’inflazione, il valore reale delle risorse trasferite (o “compartecipate”) dallo Stato agli enti territoriali è diminuito. L’erario ha beneficiato di un forte aumento di gettito grazie all’inflazione e al cosiddetto Fiscal Drag. Non si è visto un corrispondente adeguamento dei fondi destinati a Regioni e Comuni. Il rischio è che, dietro la retorica dell’autonomia e della territorializzazione delle risorse, si nasconda un semplice disimpegno dello Stato centrale nei confronti dei servizi pubblici locali.
Potere fiscale e programmazione della spesa
Ecco perché la questione chiave non è se usare trasferimenti o compartecipazioni. Bisogna definire con chiarezza, in una programmazione finanziaria pluriennale, quale quota del gettito fiscale debba essere stabilmente destinata a Regioni ed enti locali, in coerenza con le funzioni che devono svolgere. È una questione di potere fiscale e di capacità di programmare la spesa. Solo dopo aver chiarito questo punto – e garantito un livello adeguato di risorse – si potrà ragionare su come suddividere i fondi regionali tra i vari Comuni.
Altrimenti, la disputa tra Regioni e Comuni continuerà ad alimentarsi su basi simboliche. Le Regioni rivendicano l’orgoglio della compartecipazione. I Comuni temono di restare con pochi trasferimenti e nessuna autonomia. E intanto, mentre si discute di formule, il rischio più concreto è che i cittadini ricevano meno servizi.
Pubblicato su Il Foglio il 01.08.25
