La Flat Tax da 200 mila euro
EUROPA

La Flat Tax da 200 mila euro

MARCO LEONARDI – LUCIANO MONTI

La norma che consente di tassare con un forfait da 200 mila euro i redditi prodotti all’estero da chi trasferisce la residenza in Italia non è nata ieri. Fu introdotta dal governo Renzi nel 2016, operativa dal 2017, e confermata con modifiche successive. Non è nemmeno un’invenzione italiana: strumenti simili esistono in Svizzera, in Gran Bretagna, in Spagna e in altri paesi. È concorrenza fiscale, certo, e potenzialmente al ribasso, ma parliamo di numeri piccolissimi.

I contribuenti coinvolti sono poche centinaia all’anno, il gettito è inferiore a 200 milioni, una goccia nel mare del bilancio. I beneficiari? Miliardari, calciatori, sportivi e attori: figure ad alta visibilità che rendono la misura molto più discussa di quanto non pesi davvero. Sui redditi prodotti in Italia pagano come tutti gli altri. La Flat Tax è solo per quelli prodotti all’estero. L’Italia è attrattiva perché è bella e perché le tasse di successione sono particolarmente basse.

Una norma copiata dalla Francia

Molto spesso questa Flat Tax viene confusa con un’altra misura, assai più rilevante. È quella che consente a chi è stato molti anni all’estero di rientrare in Italia pagando solo metà delle tasse per un certo periodo. Qui i numeri sono molto più consistenti. Sono migliaia i professionisti e manager rientrati. È un incentivo che ha davvero inciso. Anch’esso, di fatto, è una forma di concorrenza fiscale tra paesi. Con tutti i suoi profili di iniquità: perché il collega che non se n’è mai andato paga per intero.  Ma anche questa norma ha la sua utilità e paradossalmente è copiata proprio dalla Francia.

La polemica francese di François Bayrou ha riportato la Flat Tax da 200 mila agli onori delle cronache. Ma i numeri restano marginali. C’è chi ha addirittura accusato la misura di aver fatto schizzare i prezzi delle case a Milano. In realtà il bacino dei beneficiari è troppo esiguo per muovere il mercato se non nella fascia del super lusso. È possibile che un effetto di trascinamento, amplificato dal clamore mediatico, abbia gonfiato anche altre fasce immobiliari, ma resta difficile da dimostrare.

Nel frattempo è arrivata anche una proposta del Pd: introdurre un’addizionale comunale su questa Flat Tax. Può servire a raccogliere qualche soldo per le finanze locali. Il risultato è di aprire un nuovo fronte di concorrenza non solo tra Stati ma tra Comuni italiani

Il problema sono le imprese multinazionali

Il punto, però, è un altro. Il vero problema della concorrenza fiscale in Europa non riguarda le persone, ma le imprese multinazionali. Qui i numeri cambiano davvero. Apple, per esempio, per anni ha usato l’Irlanda come hub europeo. Gli iPhone venduti in Italia generavano utili contabilizzati a Dublino, grazie a royalties interne gonfiate. Risultato: in Italia margini minimi, in Irlanda miliardi tassati al 12,5% o, in passato, addirittura allo 0,005% come contestato dalla Commissione europea. Non a caso Bruxelles chiese a Dublino di recuperare 13 miliardi di tasse non versate.

Non solo Apple. Google ha usato fino al 2019 il meccanismo del Double Irish e Dutch Sandwich. Ha spostato profitti verso i Caraibi passando da Irlanda e Olanda. Amazon ha concentrato i ricavi europei in Lussemburgo. Le stime dicono che le multinazionali americane abbiano accumulato oltre mille miliardi di utili in Europa, in attesa di condizioni fiscali favorevoli come quelle offerte da Trump nel 2017 (e di nuovo ora) per il rimpatrio.

Questo è il vero dumping che conta. L’Europa per anni ha tollerato che alcuni suoi Stati membri prosperassero grazie a regimi di favore, lasciando che colossi americani pagassero aliquote effettive ridicole. Quando la Commissione ha provato a reagire, spesso si è trovata di fronte i limiti della Corte di giustizia. Ha difeso la legittimità dei regimi nazionali. E così, nel nome della concorrenza interna, abbiamo finito per regalare miliardi alle big tech americane.

Manca una fiscalità comune europea

La Flat Tax italiana da 200 mila euro è una distrazione utile per qualche polemica franco-italiana, ma non è lì che si gioca la partita. Il tema vero è una fiscalità comune europea per le imprese: fissare regole condivise, eliminare i buchi normativi, impedire che Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo continuino a fare da hub di elusione. È ragionevole che ci sia un margine di concorrenza tra Stati, ma non fino al punto di annullare la sovranità fiscale degli altri.

Su questo fronte Assonime ha fatto bene a proporre un salto di qualità: una direttiva europea che riporti un minimo di giustizia fiscale. Perché se è vero che l’Europa non ha potuto o voluto reagire ai dazi di Trump, legata com’è alla protezione americana in Ucraina, è lecito chiedersi cosa direbbe lo stesso Trump se un giorno gli europei decidessero davvero di chiudere i loopholes fiscali che consentono alle sue multinazionali di non pagare tasse da noi. Forse sarebbe la risposta più efficace, e certamente la più europea, che possiamo dare.


Pubblicato su Il Foglio il 03.09.25

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