Restrizione della libertà senza scadenza
GIUSEPPE FORNARI • AVVOCATO
Dopo quasi un anno dall’introduzione nel nostro ordinamento del così detto interrogatorio preventivo, previsto dall’art. 291, comma 1-quater c.p.p., ho provato a ragionare sulla sua applicazione in concreto. Ringrazio per l’ospitalità La Gazzetta del Mezzogiorno.
Da un lato infatti è apparsa fin da subito condivisibile la scelta del legislatore di dare all’indagato la chance di poter rappresentare il proprio punto di vista prima che la misura sia applicata.
Dall’altro, in questi mesi, abbiamo sperimentato che, dopo gli interrogatori e prima che il giudice decida, si crea un vero e proprio limbo angosciante, tra la libertà e la restrizione della libertà.
Un limbo per cui non è legislativamente prevista alcuna scadenza. Come si è potuto constatare, può durare anche settimane, se non mesi.
L’assenza di un termine che imponga al giudice di decidere in un tempo ragionevole, lascia l’eventuale destinatario della misura in uno stato d’animo che può definirsi, senza esagerazione, francamente disumano. Su questo credo si debba intervenire.
Dopo l’interrogatorio preventivo si crea nei soggetti coinvolti uno stato di “vita sospesa” massacrante sotto il profilo psicologico.
Non sfugge che in un’ottica più di sistema – soprattutto nei procedimenti che riguardano molti indagati – il giudice si trovi davanti a una congerie alluvionale di carte. Costringerlo a decidere in poco tempo potrebbe configgere con la bontà e l’accuratezza della sua decisione.
Tuttavia in un’ottica di bilanciamento di interessi ritengo che sia necessario prevedere un termine perentorio.
Un ripensamento e una riflessione auspicabile della politica
La partecipazione a un procedimento penale è già esperienza massacrante. Ciò vale, a maggior ragione, nella sua fase iniziale, tesa, estremamente delicata. Ed è notoriamente sbilanciata in favore della Pubblica Accusa.
In tale spaccato procedimentale, prolungare, senza sapere fino a quando, la ferita che può causare la pendenza di una richiesta custodiale, la rende insostenibile.
Su questi aspetti ritengo auspicabile un ripensamento del Ministro della Giustizia e una riflessione di tutte le forze politiche.
Un particolare, accorato, appello ho rivolto infine al Viceministro Francesco Paolo Sisto. Conosco personalmente la sua sensibilità di avvocato penalista quando in ballo ci sono i diritti delle persone che subiscono un processo. Già esso stesso è pena, per chiunque.
GRAZIE A LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
