Decreto lavoro fra annunci e risultati
LAVORO

Decreto lavoro fra annunci e risultati

MARCO LEONARDI

Il decreto del Primo Maggio approvato dal governo contiene molte proroghe, diversi bonus occupazionali e alcune novità vere. Non è la riforma del lavoro annunciata, ma nemmeno un testo irrilevante. Dentro ci sono tre questioni che meritano attenzione: la nuova indennità di vacanza contrattuale, il richiamo al salario giusto contrattuale e la stretta sui rider. Sono tre tasselli che vanno giudicati non per l’annuncio, ma per i risultati.

Il primo punto è quello più interessante. Il decreto prevede che, se un contratto collettivo non viene rinnovato entro dodici mesi dalla scadenza naturale, scatti un adeguamento automatico delle retribuzioni pari al 30% della variazione dell’IPCA. In sostanza torna una forma di indennità di vacanza contrattuale. Era esattamente ciò che molti auspicavano quando si indicava il contratto dei metalmeccanici come modello. Meccanismi automatici impediscono ai lavoratori di restare scoperti durante i ritardi nei rinnovi. È un buon segnale. Significa aver capito, finalmente, che se torna l’inflazione bisogna muoversi in fretta.

Rinnovare i contratti per tempo

Se funzionerà lo vedremo presto. Già nel 2027 l’IPCA-NEI è atteso intorno al 3,5%. Vedremo allora se i contratti verranno rinnovati per tempo, come dovrebbe accadere nel commercio, oppure se si aspetterà ancora, accumulando perdita di potere d’acquisto come nel 2022. Il punto è semplice. Basta prendere le buste paga, proiettare gli aumenti previsti nei prossimi tre anni e confrontarli con il 2019. È lì che si misura il successo del sistema.

Il decreto avrà funzionato se le retribuzioni reali recuperano e tornano in linea con Francia, Germania o Spagna. Se invece continueremo a perdere terreno, no. E oggi non dovrebbe più valere la vecchia scusa della disoccupazione. L’occupazione tiene, il mercato del lavoro è molto più tirato di ieri. Mi aspetto anche che si rinuncerà alla replica della detassazione degli aumenti contrattuali. Equivale a scaricare sulla fiscalità generale i costi di un rinnovo contrattuale insufficiente con l’aggravante di introdurre aliquote Irpef diverse per lavoratori uguali.

Il cosiddetto salario giusto

Secondo punto: il cosiddetto salario giusto. Il decreto afferma che il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative costituisce il riferimento per attuare l’articolo 36 della Costituzione. In pratica si sceglie la via contrattuale invece di quella del salario minimo legale. È un’impostazione nota. Il tentativo era già avviato dal ministro Andrea Orlando nel governo Mario Draghi.

Non si vuole il minimo legale, allora si prova a rafforzare quello contrattuale. Rischia di essere poco più di un vago principio. Il governo ha rinunciato alla delega sulla rappresentanza per i motivi politici che ha spiegato bene Di Vico su questo giornale. Meglio per ora affidarsi alla intermediazione tradizionale piuttosto che tentare strade nuove con amici nuovi tra le parti sociali.

Ma senza una legge sulla rappresentanza questa strada non può funzionare davvero. Senza criteri chiari per misurare chi rappresenta chi, senza perimetri settoriali certi, senza regole che impediscano la proliferazione dei contratti pirata, tutti continueranno a firmare CCNL. Il richiamo al salario giusto resta generico. Non a caso viene legato all’accesso a circa un miliardo di euro di bonus occupazionali. Sono gli sgravi per under 35, donne, ZES unica, trasformazioni dei contratti a termine, incentivi alla conciliazione vita-lavoro. Si usano i bonus per sostenere che il meccanismo funzionerà. Ma se l’occupazione già cresce, è lecito dubitare che questi incentivi siano decisivi e soprattutto duraturi.

Rider e piattaforme

Terzo punto: rider e piattaforme. Qui la stretta esiste davvero. Se emergono indici di controllo algoritmico o eterodirezione, il rapporto si presume subordinato salvo prova contraria. È una norma forte. Ma resta la domanda di fondo. Davvero la sola alternativa è assumere tutti o lasciare tutto com’è? Il lavoro su piattaforma oggi pesa poco nei numeri complessivi, ma è centrale nei segmenti bassi del mercato del lavoro e nella vita urbana. Nei paesi dove funziona meglio esiste un salario minimo legale chiaro, un riferimento certo per lavoratori, imprese e giudici. Senza quel riferimento, continueranno a essere i tribunali a decidere caso per caso cosa sia un salario giusto.

Il decreto del Primo Maggio contiene dunque un passo avanti importante sulla vacanza contrattuale, un compromesso fragile sul salario giusto e una stretta utile sui rider. Bene i segnali. Ma, come sempre sul lavoro in Italia, conteranno i risultati.


Pubblicato su Il Foglio il 30.04.26