Il 3,1% non giustifica una crisi europea
MARCO LEONARDI
C’è qualcosa di paradossale nel dibattito. Un obiettivo azzardato, politicamente inutile e tecnicamente mal gestito – uscire con un anno di anticipo dalla procedura europea per deficit eccessivo – viene ora trasformato in una questione di prima grandezza per l’Italia e perfino per l’Europa. Come se il mancato rientro sotto il 3% del deficit non fosse il risultato di un errore di previsione interno, ma la prova che il Patto di stabilità vada sospeso o che serva immediatamente uno scostamento di bilancio nazionale.
Non è così. E conviene dirlo con chiarezza.
Il ministro Giancarlo Giorgetti, deluso per non aver centrato il 3% nel 2025, ha annunciato che chiederà in Europa maggiore flessibilità: sospensione del Patto oppure autorizzazione a uno scostamento per circostanze eccezionali. Ma la richiesta appare sproporzionata rispetto ai fatti. Negli anni del Covid il Parlamento ha approvato più voltegli scostamenti. È accaduto spesso con il voto anche delle opposizioni, dentro un quadro condiviso con la Commissione europea e davanti a una recessione storica. Qui invece non c’è né emergenza sanitaria, né crollo del PIL, né shock simmetrico continentale. I numeri del Documento di finanza pubblica indicano peraltro una crescita sostanzialmente in linea con quella già prevista.
Sarebbe dunque molto difficile ottenere il via libera di Bruxelles. E l’idea di procedere unilateralmente sarebbe peggio ancora. La pretesa scellerata metterebbe a rischio la credibilità costruita faticosamente in questi anni sui mercati finanziari. L’Italia non può permettersi il lusso di apparire come il paese che invoca le regole quando conviene e le ignora quando perde una scommessa contabile.
Una scommessa persa, nota e prevedibile
Perché di questo si tratta: una scommessa persa. Il mancato rientro sotto il 3% deriva in larga parte da una sottovalutazione delle spese residue del Superbonus. È una coda di oneri perfettamente nota e prevedibile. Dopo il decreto del marzo 2024 la cessione del credito era stata quasi chiusa, ma il governo aveva mantenuto una proroga per chi aveva già avviato i lavori e presentato il primo SAL. Quelle pratiche erano autorizzate, i cantieri esistevano, la finestra temporale per chiuderli era nota.
Secondo i dati ENEA, a fine ottobre 2025 risultavano già circa 4 miliardi di lavori imputabili al Superbonus. Considerando le chiusure comunicate entro marzo 2026, la spesa complessiva è poi salita a 8,4 miliardi. Dunque non si può sostenere seriamente che il governo sia stato colto di sorpresa. La previsione doveva essere prudenziale, non ottimistica. Se concedi una proroga, devi anche contabilizzarne il costo.
Errore voluto o non voluto, il risultato politico è evidente. La Lega può oggi rivendicare contemporaneamente tre cose: essere contro il Superbonus di Giuseppe Conte, essere contro l’Europa matrigna e avere un alibi in più per non aumentare la spesa per la difesa. È la piattaforma elettorale perfetta: lotta e governo insieme.
Non perdere anche la fiducia dei mercati
Ed è qui che l’opposizione dovrebbe riflettere. Perché mai dovrebbe salvare la maggioranza votando uno scostamento costruito su un errore tecnico del governo stesso? Il riflesso pavloviano del non sembrare austeri sarebbe un grave errore. Ancora peggio sarebbe il compromesso del tipo: dateci più fondi per scuola e sanità e noi votiamo il deficit aggiuntivo. Se Giorgetti non avesse mancato il 3% per una previsione sbagliata, oggi non chiederebbe alcuno scostamento.
Il punto non è negare investimenti utili o spesa sociale necessaria. Il punto è che questa richiesta nasce da un incidente politico-contabile, non da una necessità macroeconomica. E usarla per aprire una campagna elettorale permanente sarebbe irresponsabile.
Un governo che sembra aver perso improvvisamente presa politica dopo il referendum farebbe bene a non perdere anche la fiducia dei mercati. Tanto più che presto dovrà affrontare nodi veri. Lo sconto sulle accise costa circa 600 milioni al mese. I tassi possono tornare a salire. La crescita resta debole.
Se allarghi oggi il deficit solo per arrivare meglio alle elezioni, domani ti ritrovi peggio di quei paesi – Grecia e Portogallo – che fino a ieri sembravano lontani.
Pubblicato su Il Foglio il 28.04.26
