UE matrigna ma anche generosa
MARCO LEONARDI
Nelle settimane appena passate sono successe due cose importanti. La prima è stata l’offensiva della presidente Meloni contro l’Europa dal palco di Confindustria. Bruxelles è luogo dell’impasse, della burocrazia, del vincolo che impedisce all’Italia di correre. La seconda è stata la polemica sul PNRR, scatenata da chi ha osato dire che il Piano non è un fallimento, ma nemmeno quella trasformazione strutturale della crescita che era stata promessa. Risultato: la terzina del governo si è messa a dare degli “anti italiani” a chi critica il modo in cui l’esecutivo sta chiudendo il PNRR.
Nello stesso momento, però, lo stesso governo chiedeva all’Europa nuova flessibilità e nuove risorse per fronteggiare l’aumento dei prezzi dell’energia.
Il lascito più importante e più duraturo del PNRR, finora, è avere insegnato alle amministrazioni pubbliche, soprattutto locali, a spendere meglio i soldi pubblici. E non è poco. Dopo il 2012 una parte della grande crisi italiana è stata il crollo degli investimenti pubblici. Non solo perché mancavano risorse, ma perché mancava la capacità di spenderle: progettare, appaltare, rendicontare, rispettare tempi, coordinare soggetti attuatori. Il PNRR, con tutti i suoi difetti, ha fatto resuscitare questa capacità. Ha imposto scadenze, obiettivi, monitoraggio, responsabilità. Ha costretto lo Stato e gli enti locali a ragionare non solo per capitoli di bilancio, ma per risultati.
Cosa resta dopo il PNRR?
La domanda è che cosa resta dopo. Se, finito il PNRR, la capacità di spesa torna a sgonfiarsi, se i tecnici assunti a tempo se ne vanno, se l’assistenza amministrativa si disperde, se i progetti non sono accompagnati da gestione ordinaria, personale, costi correnti e valutazione degli impatti. Avremo avuto un grande esperimento istituzionale, non una trasformazione permanente.
Per evitare questo esito servono alcune cose molto concrete: capacità amministrativa stabile, dati sui fabbisogni, valutazione degli effetti, continuità gestionale e soprattutto una riforma delle regole con cui si spendono i fondi di coesione. Ed è qui che le due polemiche della settimana si incontrano. Perché proprio i fondi di coesione sono oggi al centro dell’altra partita: quella sul caro energia. Il governo cerca proprio nei fondi di coesione qualche miliardo tra programmi regionali e programmi nazionali.
Salvare i fondi di coesione
Ma i fondi di coesione non sono un bancomat politico. Nascono per ridurre divari territoriali e finanziare investimenti duraturi. Possono aiutare le famiglie povere contro la povertà energetica, possono finanziare efficienza negli edifici pubblici, pannelli solari, reti, investimenti verdi. Non possono diventare la copertura ordinaria di misure generalizzate e regressivamente populistiche. Il punto è questo. Il governo ha introdotto, la settimana prima del referendum sulla giustizia, uno sconto sulle accise della benzina che costa circa 600 milioni al mese. Ora lo vorrebbe tenere in vita il più a lungo possibile, possibilmente fino alle elezioni politiche. Ma per farlo servono soldi e l’Europa, accusata di ogni nefandezza pochi giorni prima, torna improvvisamente indispensabile.
C’è un’ironia amara in tutto questo. Il governo si lancia in una crociata contro l’Unione europea, colpevole di mille vincoli. Nello stesso tempo si trova nelle tristi condizioni di dover forzare la mano per chiedere sussidi sull’energia. La retorica è “facciamo da soli”. La pratica è “per favore Bruxelles ci permetta un’altra deroga”. E questo accade proprio dopo che sul PNRR la Commissione europea ha dato all’Italia una flessibilità enorme. Ha accettato revisioni, modifiche di target, semplificazioni degli obiettivi, cambiamenti nei progetti e nelle modalità di verifica. Sostenere che Bruxelles sia stata punitiva è semplicemente falso, semmai è stata generosa.
L’UE cassaforte poi capro espiatorio poi ancora cassaforte
Dire apertamente che l’Unione europea è stata generosa nel permettere al governo italiano di rivedere più volte il PNRR ha sbugiardato il tentativo di costruire una polemica pretestuosa: chiedere flessibilità all’Europa proprio mentre la si accusa di essere il grande ostacolo alla crescita nazionale. Se la Commissione ha approvato le rate, consentito revisioni estese e forse permetterà anche l’ultima rimodulazione delle poche risorse ancora disponibili per fare qualcosa sull’energia, allora il problema italiano non è avere troppa Europa. È usare l’Europa male: prima come cassaforte, poi come capro espiatorio, infine di nuovo come cassaforte.
La polemica sugli “anti italiani” nasconde dunque due modi opposti di stare in Europa. Il primo è quello più facile. Si prendono voti attaccando Bruxelles, la si trasforma nel colpevole di ogni ritardo nazionale. Si racconta che l’Italia sarebbe più forte se facesse da sola. Il secondo modo è più difficile. Si usa il peso dell’Italia per costruire un’Europa più coesa, capace di fare pochi progetti comuni ma seri, su energia, difesa, mercato dei capitali, industria, ricerca, infrastrutture.
Pubblicato su Il Foglio il 02.06.26
